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Trieste Città della Scienza

LE SFIDE DELL’INNOVAZIONE SI VINCONO CON LA CONTAMINAZIONE FRA SAPERI

A partire dal 2030 l’umanità dovrà affrontare sfide che i soli tecnici non potranno risolvere. Servirà un lavoro di squadra con le scienze umane e sociali. Lo ha affermato il Rettore dell’Università degli Studi di Trieste, Maurizio Fermeglia, durante la tavola rotonda organizzata nell’ambito di un interessante evento promosso da Il Piccolo, in collaborazione con La Stampa e i quotidiani del Gruppo Gnn.
Le sfide dell’innovazione – questo il titolo della tappa triestina di un viaggio in Italia che ha già toccato Torino, Udine, Genova, Livorno e che a Trieste si è focalizzato sul sistema scientifico e di alta formazione della città – si potranno vincere se la società ipertecnologica saprà abitare i confini tra i saperi, traendone opportunità.
Una visione, quella del Rettore dell’Ateneo triestino che ritrovo in un’intervista a Piero Dominici, professore universitario e formatore professionista, pubblicata su Morning Future, nella quale il docente sottolinea che “il futuro sarà delle figure ibride, dei manager della complessità”.
“Oggi, come mai in passato” – si legge nel testo – “occorre recuperare le dimensioni complesse della complessità educativa: l’empatia, il pensiero critico, una visione sistemica dei fenomeni, l’educazione alla comunicazione, oltre a dimensioni che abbiamo volutamente rimosso, come l’immaginario e la creatività. Significa ripensare lo spazio relazionale e comunicativo dentro le istituzioni formative ed educative, rilanciare l’educazione nella prospettiva sistemica di una educazione che non può che essere socio-emotiva. Il “grande equivoco” dell’educazione nella civiltà ipertecnologica è proprio quello di pensare che siano necessarie un’educazione e una formazione squisitamente di natura tecnica e/o tecnologica; proprio il contrario di ciò di cui avremmo e avremo disperatamente bisogno.
Continuare a pensare che, per questa civiltà ipertecnologica servano solo figure molto preparate a “saper fare”, a “saper utilizzare”, nell’ambito di una dimensione squisitamente tecnica e tecnologica, risponde a un’impostazione miope che ci manterrà in una condizione di perenne ritardo culturale. Come dico sempre, continueremo a raccontarci che la tecnologia va più veloce della cultura, come se la prima fosse un qualcosa di esterno alla seconda. Mi ripeto: noi abbiamo bisogno di figure ibride, di manager della complessità (uso questa formula per comodità e per sintesi), che sappiano vedere opportunità in quelli che oggi definiamo e riconosciamo come rischi, vulnerabilità, variabili di un pericoloso disordine, capace di rendere ancor più instabili e insicuri i sistemi e la vita sociale.
Per altri temi e questioni si ricorre spesso alla metafora “ponti, non muri”, una metafora che possiamo riutilizzare anche in questi ambiti. È tempo di agevolare la realizzazione di ponti tra i saperi, tra le competenze, tra il naturale e l’artificiale (confini saltati), tra i saperi e la vita, tra l’umano e il tecnologico”.
Per una “Trieste città-faro dell’innovazione” – come è stato auspicato durante l’evento di ieri e riportato oggi su Il Piccolo – questo potrebbe già essere un primo, importante obiettivo.

Credit photo Il Piccolo